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Il Triangolo Culturale: una meta alternativa per il vostro viaggio di nozze

I tre siti archeologici che costituiscono il Triangolo Culturale, ideali da visitare durante il viaggio di nozze in Sri Lanka, sono estesissimi ed abbracciano con le loro splendide rovine un arco temporale di 1800 anni, durante il quale al governo dell'isola le dinastie locali si alternarono ad altre di origine indiana, portatrici di una cultura e di stili artistici differenti.

Anuradhapura, l’antica capitale dello Sri Lanka: punto di partenza per la vostra luna di miele.

Le origini di Anuradhapura che fu capitale per 12 secoli, passaggio obbligatorio del viaggio di nozze in Sri Lanka, si confondono nel mito del Mahavamsa, il testo fondamentale della tradizione storica singalese. Certo è che nel V secolo a.C., più o meno negli anni in cui ad Atene si costruiva il Partenone, in questa zona si stabili una stirpe indo-ariana che vi fondò, sotto gli auspici della costellazione di Anuradha, la propria capitale. Durante i secoli successivi, mentre sull'isola andava diffondendosi la religione buddista, la città di Anuradha divenne una delle più splendide al mondo, abitata da decine di migliaia di persone e ricca di sontuosi palazzi su vari piani (purtroppo perduti) e di templi, molti dei quali, liberati dalla vegetazione che li aveva inghiottiti dopo l'abbandono, ancora oggi stanno a testimoniare lo splendore di una civiltà dal forte accento spirituale. Su tutti i dagoba (così si chiamano i templi-reliquiario, simili agli stupa nepalesi) di Anuradhapura spicca per dimensioni il Ruwanweli Seya, detto 'il grande stupa'. Come una gigantesca bolla di latte, la sua calotta emisferica sormontata dal pinnacolo che regge un invisibile cristallo si dilata sulla piattaforma, sorretta da una parata di elefanti che paiono affacciarsi dal velo bianco del muro. Tutt'intorno, la terra battuta è di un rosso mattone acceso, che fa risaltare ancor più l'astratta bellezza dell'edificio. Anche qui, come in tutti i dagoba, si prega deambulando in senso orario intorno all'enorme reliquiario, che custodisce una reliquia inaccessibile. I fedeli, che non possono  entrare nella cupola, portano le loro offerte di frutti e fiori profumati agli altari esterni, rivolti verso i punti cardinali. Poco lontano dal Ruwanveli Seya (ma qui le distanze sono comunque notevoli), fedeli e visitatori si dirigono numerosi verso un altro tempio: il Thuparama Dagoba, secondo le fonti storiche il più antico reliquiario dell'isola, costruito per contenere una clavicola del Buddha. Dagli altri dagoba si distingue per la pittoresca selva di colonne inclinate che lo circondano, culminanti in bei capitelli scolpiti che un tempo reggevano l'architrave di un tetto. Oggi non hanno più alcuna funzione se non quella, molto prosaica, di creare con le loro ombre delle zone 'franche' dove rinfrescare i piedi nudi (le scarpe vanno sempre lasciate fuori dal recinto sacro), letteralmente cotti sulle lastre di pietra del pavimento, arroventato dal sole del Tropico. Il Thuparama Dagoba di Anuradhapura Il "sancta sanctorum' di Anuradhapura, però, è un altro, come si può arguire dalla ininterrotta processione di singalesi che vi si dirige: è il recinto dello Sri Maha Bodi, dove si venera il sacro albero Bo. Nato, secondo la leggenda, 2300 anni fa da un germoglio dell'albero sotto il quale il principe Siddharta Gautama ebbe l'Illuminazione che fece di lui il Buddha, questo veneratissimo esemplare di 'ficus religiosa" ha dato origine, nel corso dei secoli, a numerosi altri alberi Bo, germogliati in vari templi singalesi da suoi rami trapiantati. Oggi le sue vetuste fronde minacciano, nonostante le cure prodigate loro dai più esperti botanici del mondo, di cedere al peso dell'età, ma i fedeli non si lasciano certo intimorire dalle brutte strutture metalliche che li sostengono, e continuano la loro processione. Ma, i pellegrini e i monaci che, drappeggiati nelle loro vesti arancioni, si incontrano per le vie sterrate di Anuradhapura, non si soffermano soltanto nel luoghi sacri. Molti se ne vedono anche nei luoghi di interesse più specificamente artistico, come nel complesso di Abhayagiri, che comprende alcuni dei capolavori della cultura singalese. Oltre alle 'guardstones', pannelli di pietra che recano scolpite figure danzanti con la funzione di scacciare i demoni, ad Abhayagiri si può ammirare il più bell'esempio di "moonstone" di tutta l'isola. Queste sculture, che dividono il nome di "pietra di luna' con una pietra dura tipica dell'isola, rappresentano un'espressione caratteristica dell'arte buddhista singalese. Sono lastre di pietra semicircolari, inserite nel terreno all'ingresso degli edifici, sulle quali attraverso una struttura a fasce concentriche sono rappresentate le varie fasi dell'elevazione dell'uomo dalla sfera fisica (le fiamme dell'anello esterno) a quella spirituale, simboleggiata dal grande fiore di loto centrale.

Anuradhapura cela ancora una quantità di monumenti che meriterebbero una visita, ma ben pochi turisti dispongono del tempo necessario durante il viaggio di nozze in Sri Lanka, anche perché non si può trascurare la seconda delle antiche capitali, Polonnaruwa.

Per raggiungerla, durante la luna di miele in Sri Lanka, bisogna tornare ad Habarana, per proseguire verso sud-est, lasciandosi alle spalle i numerosi posti di blocco dell'esercito che, dal quartier generale di Anuradhapura, controlla le vie d'accesso al nord del Paese, terra della guerriglia Tamil. Polonnaruwa dista soltanto un'ottantina di chilometri, ma le strade non sono delle migliori. Il paesaggio muta, man mano che ci si avvicina al Parakrama Samudra, il grande bacino artificiale che fu il capolavoro dell'avanzatissima ingegneria idraulica singalese dell'antichità. Il lago, che tuttora serve all'irrigazione di una vasta area, fu realizzato nel XII secolo dal re Parakramabahu 1, lo stesso raffigurato nel grande altorilievo detto 'il saggio '. Polonnaruwa fu capitale dell'isola per due secoli, prima dell'ascesa delle dinastie kandiane, e della sua fioritura testimoniano numerosi ruderi, come quelli colossali del palazzo reale, che secondo le fonti aveva ben sette piani. Nel governo del regno, i sovrani di Polonnaruwa si avvalevano anche della collaborazione di una sorta di parlamento. Si riuniva nell'edificio dell'Assemblea, che mostra tuttora una delle decorazioni più raffinate: il fregio di elefanti che cinge esternamente tutta la costruzione. La città era servita da un sistema idraulico complesso, che assicurava i rifornimenti alle varie piscine, come quella monumentale per il  bagno degli elefanti, e alle vasche per la purificazione rituale, di cui l'esempio più bello è la "vasca del loto", con gradinate a forma di fiore. Non potevano mancare, nella sede del potere, i templi, che rappresentano il meglio dello Sri Lanka per lo stato di conservazione (ma va tenuto presente che sono molto più recenti di quelli di Anuradhapura). Uno dei più spettacolari è il Lankatilaka, con il suo enorme Buddha acefalo, mentre il Thuparama ha come caratteristica principale quella di essere l'unico edificio di Polonnaruwa ad aver conservato il tetto originale. Armonioso e ipnotico nella sua circolarità e nell'espressione dei suoi quattro Buddha seduti, il Vatadage che sorge sulla piattaforma detta "il quadrangolo" è forse l'edificio più visitato di Polonnaruwa. Ma è superato per numero di visitatori da un altro luogo sacro, un po' riposto come collocazione, ma proprio per questo ancor più suggestivo. E' il Gal Vihara, o "Tempio della roccia", dove la fede religiosa ha espresso un'opera davvero titanica: tre figure di Buddha (in realtà ce n'è anche una quarta, ma più piccola e riparata) di dimensioni inusitate. Il Buddha seduto in meditazione è alto sei metri, più o meno quanto quello in piedi, che ha le braccia curiosamente incrociate. Per quattordici metri si allunga invece sulla roccia il Buddha sdraiato, rappresentato nel momento dell'ingresso nel Nirwana. Delle preghiere rivolte all'Illuminato testimoniano le offerte lasciate sulla roccia e le bandierine fissate agli alberi vicini, mentre degli entusiasmi fotografici dei turisti sono prova le scatole dei rullini, tristemente abbandonate nell'erba.

Riposarsi un po' è d'obbligo durante la luna di miele in Sri Lanka, almeno prima di abbandonare Polonnaruwa alla volta della non lontana Sigiriya, che mette a dura prova anche i camminatori più allenati.

Di Sigiriya, "la rocca del leone", non si può dire se sia più curiosa la posizione (quasi un'isola di roccia, alta 200 metri in un mare di verde) oppure la storia. Oggi sul pianoro in cima al masso, scalato da rampe di gradini e da temerarie scalette metalliche semivolanti, si vede poco più dei profili di muri e fondamenta; eppure qui sorse per volontà di un re crudele uno splendido palazzo-fortezza. Dopo aver fatto imprigionare e uccidere il padre e spodestato il fratello, che riparò in India, il malvagio Kasyapa regnò da questa fortezza imprendibile per 14 anni. Fino a che, nel 495 d.C. il fratello Mogallan, tornato con un esercito dal lungo esilio, ebbe ragione di lui. La leggenda vuole che alla fine della battaglia, Kasyapa, sbalzato a tradimento dal suo elefante, si sia tagliato la gola con la spada pur di non cadere in mani nemiche. In un breve volger d'anni la fortezza abbandonata decadde, le sue architetture dovettero soccombere alla furia del monsone e alla vegetazione, che le ricoprì. Forse fu proprio quell'impenetrabile velo verde a proteggere e conservare fino al secolo scorso, quando fu scoperta casualmente, la vera meraviglia della "rocca del leone': le "fanciulle di Sigiriya", una ventina di figure femminili affrescate sulla parete rocciosa in un anfratto a mezza altezza. Chi fossero queste opulente bellezze ingioiellate, forse davvero esistite o forse immaginate, non è dato sapere. Ma certamente il pennello che animò le loro morbide membra e i loro sorrisi suadenti compi un prodigio di naturalismo pittorico. Complice l'effetto tridimensionale dovuto alla curvatura della parete, le fanciulle sembrano sporgersi aggraziate dalla roccia, quasi ad offrire, in un tintinnio di sonaglierie e nacchere, i loro vassoi di frutta a chi è salito fin quassù per ammirarle. L'incanto di Sigiriya, tappa obbligata del viaggio di nozze in Sri Lanka, va goduto di primo mattino o al tramonto, quando il sole ancora clemente oppure già impallidito permette di affrontare la salita senza che la fatica turbi l'emozione del posto. Vale la visita anche un altro luogo magico, poco distante da Sigiriya: le grotte di Dambulla, incredibile spazio buio, eppure pieno di colori. Dal villaggio si sale, lungo una piattaforma di roccia e una lunga scalinata. Un'anacronistica facciata da chiesa coloniale nasconde gli ingressi dalle cinque grotte, dove lo zelo dei monaci ha generato un frutto splendido. Nel buio baluginano gialli oro, rossi lacca, blu cobalto. Basta accendere una torcia per trovarsi al centro di un universo fatto di Buddha dipinti sulle volte, scolpiti nella roccia e nel legno, seduti in meditazione, sdraiati nel sonno o nel Nirwana: nella grotta più grande se ne contano una cinquantina. La ripetitività dell'iconografia buddhista può risultare ostica a chi è abituato ai nostri Cristi sofferenti e gloriosi, eppure da quegli sguardi persi nel vuoto interiore, da quelle mani aperte ad accogliere e comunicare il senso dell'Illuminazione, spirano una bellezza purissima, una calma ipnotica.
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